Il giornalismo digitale ha bisogno della lezione di Beppe Bergomi

Sono un grande appassionato di calcio. Ho cercato di farne una professione e diciamo che ci sto ancora lavorando. Per descrivere l’obiettivo di questo blog posso solo usare una metafora calcistica, che spero anche i non calciofili possano apprezzare.

Mondiali 1982. L’Italia ci arrivò dopo il periodo di crisi sociale più duro della sua storia. Il terrorismo aveva toccato il suo apice e colpito il cuore dello Stato con l’assassinio di Aldo Moro quattro anni prima. La nazionale fu dilaniata dalle polemiche a causa degli risultati scarsi, tanto da indurre il ct Enzo Bearzot a imporre il primo silenzio stampa della storia. In quel clima, gli azzurri riuscirono a superare in modo stentato il girone di qualificazione, fino ad arrivare alla sfida con il Brasile. Quella nazionale verdeoro era una delle più forti di sempre. Ci giocavano calciatori come Zico, Falcao, Socrates, Junior. Qualcosa però modificò il corso naturale della storia. Dopo alcuni minuti di gioco Fulvio Collovati si infortunò. La difesa dell’Italia era organizzata in modo rigido e l’ex milanista ne era un perno fondamentale. Enzo Bearzot ebbe un’intuizione. Sulla panchina sedeva un diciottenne, un ragazzo portato in Spagna senza troppe pretese. Era Beppe Bergomi. Scelse lui nella partita che poteva cambiare le sorti del Mondiale. Diede un’occasione a un giovane di talento, un banco di prova per mostrare al mondo il suo valore. E Bergomi, come racconta egregiamente Federico Buffa, non deluse le aspettative.

Battuto il Brasile con la leggendaria tripletta di Paolo Rossi, l’Italia arrivò alla semifinale contro la Polonia. E qui successe un altro miracolo. Bearzot aveva in mente di ritornare al classico assetto difensivo e di escludere Bergomi. Dino Zoff, che aveva un forte ascendente sul tecnico, lo convinse a confermare il giovane, dopo la prova egregia che aveva fornito contro il Brasile. Così fu ancora lui a scendere in campo. A Bergomi fu concessa l’occasione di confermarsi e mettersi in mostra.

Cosa c’entra Bergomi? Nel mondo giornalistico attuale storie come questa non ce ne sono. O forse sono troppo poche. I giornali sono pieni di collaboratori con una competenza e una forza innovatrice di gran lunga superiore a quella di chi li gestisce. A nessuno però viene concessa l’opportunità di lavorare come un giornalista normale. Tutti, o quasi, sono soggetti a contratti che considerano questa professione come un secondo lavoro, una collaborazione appunto. Viene da sé che senza una testata che crede e investe nel lavoro dei suoi giovani collaboratori, tutta questa energia innovatrice si dileguerà, perché non sarà supportata.

All’ultimo Festival del giornalismo di Perugia, Paolo Mieli ha descritto a pieno il passaggio generazionale che sta vivendo il giornalismo: “L’informazione ha rivestito il ruolo di contro potere solo quando le persone che ci lavoravano potevano guadagnare dalla loro attività”. Ci troviamo in un momento storico in cui le testate non riescono a mettere in moto questo ricambio: garantire ai giovani sussistenza e chiudere la finestra del passato. Di conseguenza questo popolo di giornalisti occasionali vive un’illusione: accetta il lavoro sottopagato nella speranza di un’assunzione che difficilmente arriverà (almeno in tempi ragionevoli).

Questo spazio non cambierà le cose. Qui però i giornalisti che lavorano con il digitale potranno trovare i migliori strumenti e le innovazioni per lavorare nel web. Sarà anche uno spazio in cui rimanere sempre aggiornati sul dibattito della sostenibilità economica del giornalismo. Sarà un blog che “serve” più che un canale di opinioni. Questa sarà la prima e l’ultima. Magari alcuni troveranno qui gli strumenti che gli consentiranno di agguantare quella magnifica illusione e renderla realtà

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