Filippo Facci e Umberto Eco: ecco cosa non deve essere il giornalismo digitale

Questo post non vuole entrare nel merito di chi ha torto e di chi ha ragione. Non ha il fine di aggiungersi ai numerosi scritti che hanno urlato la libertà e la validità di Internet. Questo post vuole entrare nel merito di due interventi che hanno monopolizzato l’attenzione sui temi del giornalismo, di Internet e dei social media: la conferenza di Umberto Eco all’Università di Torino e l’articolo di Filippo Facci su Fedez. Al di là dei messaggi di merito, entrambi offrono spunti per capire una volta per tutte cosa non deve essere il giornalismo online.

Facci e il pubblico dei truzzi

A Filippo Facci, una delle prime firme di Libero, è stato chiesto di commentare la lite del rapper Fedez con le forze dell’Ordine dopo una serata in discoteca. L’articolo, dai toni a volte troppo duri, è una rappresentazione chiara del perché i giornali di carta stanno morendo. Al di là della vicenda in sé, Facci si autodefinisce “fallito” per essere stato chiamato a scrivere di argomenti che reputa di rango inferiore. Mostra un atteggiamento spocchioso, di ostentata superiorità culturale, di menefreghismo nei confronti della comunità totalmente digitale dei fan di Fedez. Un passaggio in particolare è esemplificativo di questa tendenza.

Ma diosanto. Tutto perché questo qui «ha molto seguito» e perché un sacco di ragazzi e bambine guardano a quello che dice: ma scusa, vicedirettore, ma a noi che ce ne fotte? Mica comprano i giornali, dài, è tanto se conoscono i verbi all’infinito.

Ecco qual è stato l’errore della carta stampata: considerare per troppo tempo le questioni che interessano i giovani come fatti di serie B, notizie che occupano pagine utili solo a incartare il pesce. Se ancora non fosse chiaro perché i giovani hanno smesso di comprare i giornali, questo è l’esempio più lampante. Nel giornalismo italiano sono ancora molte le prime firme che considerano gli interessi dei ragazzi come notizie per analfabeti, tamarri come ama definirli Facci.

A causa di questi comportamenti, i giornali di carta hanno perso il contatto con il mondo digitale, l’hanno ripudiato piuttosto che capirlo. Sono diventati cechi rispetto a una realtà che mutava e ne sono stati travolti.

Ho 48 anni e sto scrivendo un articolo su un tamarro 25enne che ha fatto casino in una discoteca per truzzi, e che ieri ha mostrato gli addominali via twitter: in altre parole sono un fallito, ha ragione Grillo, noi giornalisti siamo tutti morti, lontani i tempi in cui il mio quotidiano mi spediva a San Pietroburgo a seguire concerti (di musica, mica Fedez) e in cui un mio articolo poteva far aprire inchieste e dimettere ministri

Facci in questo ha ragione: quei tempi sono finiti. Solo su Facebook Fedez ha un milione e mezzo di fan, molto ma molto di più di quanto Libero vende in edicola. Meglio considerarli truzzi o lettori? Bisogna capirlo prima di fallire davvero. Lo spazio per le inchieste che fanno dimettere i ministri ci sarà sempre.

 

Eco e gli imbecilli del web 

Una frase pronunciata da Umberto Eco ha scatenato la reazione dei paladini del web: “Twitter e i social media danno parola a legioni di imbecilli”.  Sono bastate queste parole prese senza contesto per iniziare la polemica sul semiologo. In realtà la fatwa lanciata dagli apocalittici sostiene proprio la tesi di Eco: un giornalismo che non sa filtrare e che non considera il contesto dei fatti.

Come sottolineato dall’articolo di DatamediaHub sulla vicenda, il discorso di Eco è di più ampio respiro e in alcuni tratti è anche condivisibile. Il filosofo infatti stava parlando della possibilità di chiunque di utilizzare i social network per esprimersi, con la conseguenza che anche l’opinione dei facinorosi possa conquistare un largo consenso. È un fenomeno di cui tutti abbiamo avuto esperienza almeno una volta nella nostra esistenza digitale. Sono altri i passaggi che lasciano perplessi.

“I giornali di carta sono nemici di quelli sul web: devono batterli”. Il professor Eco in questo ha dimostrato una scarsa conoscenza delle dinamiche digitali. Non esiste più un confine tra carta e web e soprattutto non esiste una competizione tra i due mezzi. Una testata moderna abbraccia questi due mondi, non li pone in contrapposizione. Una visione contraria appartiene solo all’uomo abituato a considerare la carta come unica fonte di informazione ufficiale e attendibile.

“Con i social tutti hanno diritto di parola, una persona comune ha gli stessi diritti di un premio Nobel”. Questo passaggio è la continuazione della frase sugli imbecilli, e a confronto è quello più agghiacciante. Dalle sue parole si evince che il professor Eco crede in un mondo in cui solo gli accademici con titoli prestigiosi possano esprimere un’opinione veritiera. Questo accadeva nel mondo senza condivisione, in cui erano i media analogici a stabilire quale fosse il pensiero comune. Era un altro mondo, appunto, che nessuno rimpiange.

“Come faccio a sapere che un messaggio è di Papa Francesco?”. Il professor Eco non sa che sui social network più utilizzati esistono i profili verificati.

Occorre sempre contestualizzare le dichiarazioni per evitare che il giornalismo sia megafono di fonti non attendibili o superficiali. Ecco il video integrale della conferenza.

 

 

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