Washington Post Talent Network: anche gli editori possono diventare Facebook?

Il velo è stato scoperto. Per la prima volta (e vi chiedo di segnalarmi se sbaglio) una testata ha creato un social network. Non è ancora qualcosa “alla Facebook”, ma sicuramente è una piattaforma di proprietà per lo scambio di contenuti. The Washington Post Talent Network potrebbe aver sfatato un tabù: anche gli editori possono costruire piattaforme social.

L’esperimento è interessante in quanto tale e per ciò che rappresenta. Il progetto realizzato dal Washington Post permetterà ai collaboratori del giornale sparsi per il mondo, ma anche ai freelance, di proporre storie, post per i blog, articoli d’approfondimento e altro. I giornalisti potranno iscriversi tramite Linkedin, in modo che sia chiaro ai capiredattori del Post quali siano le attitudini dei loro collaboratori. Le proposte di articoli potranno arrivare anche dal desk, che chiederà a un determinato freelance iscritto alla piattaforma di coprire una notizia. Anche gli utenti potranno contribuire con foto e video durante eventi che necessitano di una copertura in real time. Ogni contenuto accettato dal Washington Post sarà pagato.

Washington Post Talent Network

L’idea è venuta a Anne Kornblut, editor al Washington Post, che ha lavorato al progetto quando studiava alla John S. Knight Journalism di Stanford. Nella descrizione del progetto nel video di presentazione, lo si definisce come “sharing economy delle notizie”. In realtà il Talent Network riporta valore alla figura del freelance, spesso soggetto estraneo e lontano dalle redazioni.

Al di là dell’aspetto pratico di questo progetto, il Washington Post ha aperto una strada. Nella sua piattaforma saranno scambiati contenuti, interagiranno persone, saranno condivisi foto e video. Tutte attività che fanno di Facebook e degli altri social le principali porte d’accesso alle notizie. Sapere che una testata, con risorse tecnologiche all’avanguardia, può diventare proprietaria di una piattaforma social è un vero cambiamento culturale.

Negli ultimi anni gli editori si sono arresi al fatto che le notizie vengono fruite attraverso piattaforme esterne. Sono scesi a compromessi con esse, arrivando anche a limitare la proprietà dei propri contenuti. Occorre uno sforzo d’immaginazione. Se ogni testata avesse una piattaforma social per distribuire le notizie, far interagire giornalisti e lettori e condividere l’informazione: a questo punto Facebook e gli altri social che ruolo avrebbero? Sicuramente uno marginale.

Intervistata dal NiemanLab, Anne Kornblut ha dichiarato che “lo  sforzo maggiore è stato costruire la piattaforma tecnologica da zero”. È stato il Washington Post a incaricarla di esplorare la Silicon Valley per rendere fattibile questo progetto. Ecco, la sostenibilità del giornalismo digitale passa soprattutto attraverso l’investimento tecnologico e la ricerca dell’innovazione. In quanto principali attori del processo informativo, gli editori non possono permettersi di affidare i propri contenuti a piattaforme esterne. Le buone storie, da sole, non bastano più.

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