Storytelling: i segreti per avere successo su tutte le piattaforme

La parola storytelling vuol dire tutto e niente. Con questo termine oggi si descrivono campagne pubblicitarie, contenuti giornalistici, prodotti editoriali delle aziende, video e iniziative social. Tutti sono alla ricerca dello storytelling: ma siamo sicuri di quale direzione prendere?

Ogni storia ha bisogno del suo medium per essere raccontata. Non esiste quindi uno storytelling in senso generale. Un progetto deve essere calibrato sul mezzo e sugli strumenti che si hanno a disposizione. Ecco allora alcuni consigli per realizzare storytelling efficaci.

Storytelling social

Uno degli esempi più significativi di storytelling sui social viene da Reported.ly. La piattaforma è stata fondata da Andy Carvin, e per scelta non ha avuto un sito internet fino a qualche mese fa. L’obiettivo della redazione era “pubblicare le storie dove avvengono le conversazioni” quindi solo sui social. Reported.ly ha sperimentato uno storytelling social puro, puntando all’engagement dei suoi utenti. In un’intervista a Journalism.co.uk, il team della piattaforma ha illustrato alcune mosse da seguire per avere successo:

  • Studiare contenuti in base all’audience da raggiungere: “Non usare la tua presenza social per portare le persone su altre piattaforme. ma interagisci con loro all’interno della tua timeline”
  • Portare le persone nella conversazione: “Fai domande a tuoi utenti, ritwitta altri contenuti in modo da creare un racconto coerente che porti nuove informazioni”
  • Coltivare le relazioni: “Bisogna identificare le persone con cui si interagisce. Alcuni sono giornalisti, altri attivisti, altri ancora normali cittadini. Per ognuno di loro occorre una conversazione basata sui loro interessi”.
  • Trovare i tools adatti alle proprie esigenze. Qui ne trovate alcuni proposti nell’articolo dedicato agli strumenti per lo storytelling.
  • Considerare lo storytelling social come il giornalismo tradizionale: “La cosa fondamentale è pensare che questo è solo un modo diverso di comunicare e interagire con le persone”

Storytelling digitale 

Mashable è da sempre una testata capofila nella sperimentazione dello storytelling. In una recente intervista, Blathnaid Healy, editor della versione inglese, ha spiegato quali sono le linee seguite dal sito per creare racconti interessanti. Innanzitutto bisogna capire il proprio pubblico di riferimento. Mashable può contare su degli utenti giovani, interessati alla tecnologia e all’innovazione. Avendo come riferimento questo target è nato Lego Parliament, uno storytelling sull’evoluzione del Parlamento inglese alle ultime elezioni. Tutto il racconto è stato costruito con i Lego, elemento comune al target di Mashable. Il risultato è stato un articolo interattivo che ha avuto molto successo.

Un altro concetto su cui focalizzarsi è dedicare spazi speciali ai dibattiti forti che interessano le persone. Mashable ha sperimentato Give me your hand, uno storytelling fatto di foto e testi sul voto per le unioni omosessuali in Irlanda. “Ci siamo impegnati in questo contenuto perché abbiamo capito che al nostro pubblico non interessava solo Game of Thrones, ma anche i diritti”, ha spiegato Healy.

Video storytelling

Questo tipo di storytelling è il più ricercato dalle testate. Il mercato dei video sta conoscendo una rapida espansione e trovare la giusta chiave di narrazione è fondamentale. Secondo Inga Thordar, editor della BBC, “è importante distinguere tra linguaggio televisivo e quello del web“. I video esplicativi sono un format che funzionano. Per la Thordar “aggiungono valore alle news e sono contenuti facilmente condivisibili sui social”.

Per Sylvain Attal, responsabile new media di France 24, il segreto sta nel pensare fuori dal sito della testata. Negli ultimi sedici mesi France 24 ha attuato una strategia video rivolta soprattutto ai giovani, iniziando a produrre video solo per Youtube. In questo modo le visualizzazioni hanno toccato i 20 milioni in un mese.

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Washington Post Talent Network: anche gli editori possono diventare Facebook?

Il velo è stato scoperto. Per la prima volta (e vi chiedo di segnalarmi se sbaglio) una testata ha creato un social network. Non è ancora qualcosa “alla Facebook”, ma sicuramente è una piattaforma di proprietà per lo scambio di contenuti. The Washington Post Talent Network potrebbe aver sfatato un tabù: anche gli editori possono costruire piattaforme social.

L’esperimento è interessante in quanto tale e per ciò che rappresenta. Il progetto realizzato dal Washington Post permetterà ai collaboratori del giornale sparsi per il mondo, ma anche ai freelance, di proporre storie, post per i blog, articoli d’approfondimento e altro. I giornalisti potranno iscriversi tramite Linkedin, in modo che sia chiaro ai capiredattori del Post quali siano le attitudini dei loro collaboratori. Le proposte di articoli potranno arrivare anche dal desk, che chiederà a un determinato freelance iscritto alla piattaforma di coprire una notizia. Anche gli utenti potranno contribuire con foto e video durante eventi che necessitano di una copertura in real time. Ogni contenuto accettato dal Washington Post sarà pagato.

Washington Post Talent Network

L’idea è venuta a Anne Kornblut, editor al Washington Post, che ha lavorato al progetto quando studiava alla John S. Knight Journalism di Stanford. Nella descrizione del progetto nel video di presentazione, lo si definisce come “sharing economy delle notizie”. In realtà il Talent Network riporta valore alla figura del freelance, spesso soggetto estraneo e lontano dalle redazioni.

Al di là dell’aspetto pratico di questo progetto, il Washington Post ha aperto una strada. Nella sua piattaforma saranno scambiati contenuti, interagiranno persone, saranno condivisi foto e video. Tutte attività che fanno di Facebook e degli altri social le principali porte d’accesso alle notizie. Sapere che una testata, con risorse tecnologiche all’avanguardia, può diventare proprietaria di una piattaforma social è un vero cambiamento culturale.

Negli ultimi anni gli editori si sono arresi al fatto che le notizie vengono fruite attraverso piattaforme esterne. Sono scesi a compromessi con esse, arrivando anche a limitare la proprietà dei propri contenuti. Occorre uno sforzo d’immaginazione. Se ogni testata avesse una piattaforma social per distribuire le notizie, far interagire giornalisti e lettori e condividere l’informazione: a questo punto Facebook e gli altri social che ruolo avrebbero? Sicuramente uno marginale.

Intervistata dal NiemanLab, Anne Kornblut ha dichiarato che “lo  sforzo maggiore è stato costruire la piattaforma tecnologica da zero”. È stato il Washington Post a incaricarla di esplorare la Silicon Valley per rendere fattibile questo progetto. Ecco, la sostenibilità del giornalismo digitale passa soprattutto attraverso l’investimento tecnologico e la ricerca dell’innovazione. In quanto principali attori del processo informativo, gli editori non possono permettersi di affidare i propri contenuti a piattaforme esterne. Le buone storie, da sole, non bastano più.

Digital News Report 2015: quattro soluzioni per salvare il giornalismo italiano

Il Digital News Report 2015 del Reuters Institute ha fornito interessanti spunti sulla direzione che sta prendendo il giornalismo online. Trovate delle ottime sintesi del rapporto negli articoli di DataMediaHub e di The Media Briefing (se amate leggere in inglese). In generale i concetti chiave che sono emersi sono:

  • Gli smartphone sono diventati i principali device da cui si leggono le notizie. Hanno avuto un impatto distruttivo sul consumo di notizie, tanto che solo pochi brand sono riusciti ad assicurarsi una presenza forte. La maggior parte è ancora indietro e fatica a raggiungere un serio sviluppo mobile.
  • I social media e i video stanno togliendo pubblico alla tv, soprattutto tra gli under 35
  • Facebook è diventata la principale porta per l’accesso all’informazione. Anche gli altri social network crescono e stanno assumendo importanza in questo ruolo
  • I software per bloccare la pubblicità online sono utilizzati da tantissimi utenti. Negli Usa, per esempio, sono il 47 per cento degli intervistati. Questo potrebbe diventare un grosso problema per gli editori.

 


La presentazione dettagliata del report 

Se questi sono i trend a livello mondiale, l’Italia rappresenta un caso a parte nel panorama generale. Ecco alcune criticità del sistema italiano che gli editori dovrebbero cancellare.

In prima analisi, il dettaglio del Digital News Report sul nostro Paese evidenzia che la tv resta il media dominante. L’online rappresenta una fonte importante d’informazione importante per gli italiani, ma non è nulla a confronto dei TG, soprattutto quelli Rai

Digital News ReportLa classifica dei media utilizzati in base ai Paesi  

  • Video per scalfire il monopolio della tv

I telegiornali non sono un nemico per i media digitali. Come mostra il grafico interattivo del rapporto, il segmento 25-34 anni è quello più interessato a fruire le notizie sul web. Questo target preferisce informarsi su smartphone e tablet piuttosto che in tv. Gli editori allora dovrebbero conquistarli aumentando la produzione video. Secondo lo studio, nell’ultimo anno il consumo di video in Italia è cresciuto del 5 per cento. Questi contenuti però vengono visualizzati soprattutto in autoplay sui social network, togliendo visualizzazioni alle testate. Gli editori quindi dovrebbero studiare una strategia per un consumo dei video sui siti, proponendo nuovi format di consumo.

  • Riconquistare la credibilità 

Uno dei dati più sconcertanti emersi è che solo il 35 per cento del campione crede nei media italiani, percentuale che porta il nostro Paese al decimo posto sui dodici analizzati. A fare da paradosso a questo dato è l’interesse mostrato nelle notizie, che raggiunge il 75 per cento (terzo posto su dodici). Ciò significa che gli italiani hanno fame di notizie, ma non sanno di chi fidarsi. Questa è sicuramente una tendenza che gli editori devono cambiare. Proprio le testate online devono riacquistare la credibilità perduta e porsi come fonti autorevoli, più della tv e del chiacchiericcio dei social. La rigenerazione dell’autorevolezza del web è supportata anche dal fatto che il 59 per cento delle persone intervistate utilizza Internet.

  • Whatsapp, questo sconosciuto

Il mercato digitale italiano è pieno di paradossi. Whatsapp è la terza piattaforma social utilizzata in Italia, ma pochissimi brand la utilizzano per distribuire contenuti. Solo La Repubblica si è cimentata in modo abbastanza serio in questo settore, nel silenzio generale delle altre testate. Perché? Il ritardo tecnologico continua a essere una zavorra per lo sviluppo del giornalismo italiano.

Digital News Report

  • Avere un arsenale SEO 

Secondo il rapporto, l’Italia è al primo posto per fruizione dei contenuti tramite i risultati dei motori di ricerca. Questo dimostra ancora in modo più evidente quanto gli utenti siano disaffezionati verso le testate e si affidino a Google per trovare ciò che cercano. Visto il trend, gli editori non solo devono fronteggiarsi sulla qualità, ma soprattutto nel linguaggio SEO. In questo scenario un buon posizionamento sui motori di ricerca diventa di importanza strategica. All’interno delle redazioni dovrebbero esserci risorse dedicate solo a questa attività.

Digital News ReportLe modalità di fruizione dei contenuti degli utenti nei Paesi analizzati 

 

 

Il Rinascimento dei giornalisti americani e il Medioevo di quelli italiani

Viviamo in un’epoca d’oro per chi vuole fare il giornalista. Proprio così, un’epoca d’oro. È quanto sostiene un articolo comparso su Digiday qualche settimana fa. Con la pubblicità online che ha superato quella televisiva in America, il mercato dei giornalisti sta conoscendo una nuova stagione Oltreoceano. I siti d’informazione e le piattaforme editoriali sono zeppi di annunci. L’ultima azienda a lanciare un programma di assunzioni è stata Apple per il suo nuovo servizio editoriale News. La società ha pubblicato una lista di posizioni aperte in cui si cercano redattori che curino gli articoli postati dalle testate.

Apple non è la sola. Anche altre piattaforme come Snapchat si stanno attrezzando per diventare dei veri editori. In generale, tutti i più grandi giornali stanno pubblicano in maniera trasparente decine di annunci per giovani talenti digitali. Si respira un’aria nuova, un fermento dettato dalle potenzialità del web e dalla corsa ai contenuti editoriali. Le possibilità prospettate da New York Times, Washington Post, Buzzfeed, Huffington Post, sono solo alcuni esempi: nei media americani l’esibizione della possibilità di fare carriera all’interno di una testata è un motivo di forza e orgoglio.

New York Times

La sezione carriere del New York Times

Questo Rinascimento digitale non ha toccato l’Italia. Il confronto con gli Stati Uniti è desolante. Nessuna delle principali realtà editoriali del nostro Paese ha una lista di posizioni aperte consultabili. Partiamo dal Gruppo L’Espresso. La sezione Lavora con noi è uno sconfortante campo vuoto. Se può consolare ci si può iscrivere a un avviso, se e quando sarà pubblicato un annuncio. Rcs non fa differenza. L’unica possibilità offerta è la candidatura spontanea. A La Stampa addirittura non esiste uno spazio con  le opportunità di lavoro (se non l’ho rintracciato segnalatelo pure).

Stessa storia per tutti gli altri giornali, ad eccezione del Sole 24 ore. che però non ha posizioni giornalistiche aperte tra i sette stage proposti. Solo stage anche a Sky, che tra i vari profili cerca almeno un giornalista per il web. Tutto questo avviene mentre la Rai è sommersa dalle polemiche per la gestione del concorso per cento nuovi giornalisti assunti a tempo determinato.

E pensare che il Guardian ha realizzato un mini sito dedicato alle sue posizioni aperte e uno spazio con i consigli per entrare nel mondo del giornalismo. Consideriamo Rinascimento ciò che dovrebbe essere normalità.

P.S. Per chi fosse interessato, a BuzzFeed cercano anche un esperto di ricette culinarie.

10 tools per diventare padrone dei social

Cosa ha twittato il ministro? Dove trovo il video della rivolta? Come faccio a postare un contenuto sui social anche quando non sono disponibile? Sono domande diventate comuni anche tra i giornalisti. Siamo tutti social media manager, in fondo. Le notizie circolano su Facebook e Twitter, che non sono soggetti facili da addomesticare. È facile invece perdersi nella sconfinata quantità di contenuti che ogni giorno alimentano i social. Se poi si vuole essere presenti e attivi il grado di difficoltà aumenta. Non occorrono trucchi particolari per essere padroni dei social. Serve solo organizzazione. Ecco una lista di tools che può aumentare la vostra capacità social.

1) Spruce

Spruce Strumento che consente di creare immagini per Twitter in pochi secondi. I tweet con le immagini hanno più probabilità di essere letti e ritwittati.

2) Juicer 

Juicer Consente di creare un feed che restituisce il materiale social postato dagli account che si seguono. Molto utile per i giornalisti che aggregano questo tipo di contenuti.

3) Reetweeted more

Reewteeted more Quale testo ha più possibilità di essere ritwittato? Questo sito utilizza un algoritmo per stabilirlo e suggerisce la soluzione migliore

4) Stacker

Stacker  Una vera suite che consente di organizzare al meglio il proprio lavoro sui social. Permette di programmare i post, di rispondere ai commenti e fornisce un report statistico sulla propria attività. Sulla possibilità di programmare i tweet, un’alternativa è Twuffer.

5) Socialoomph

Socialoomph

Un tool che aiuta a programmare i contenuti social, a trovare le persone da seguire utili per la propria attività e a monitorare le proprie prestazioni.

6) Tweet Sentiment 

Tweet Sentiment  Programma dalle grandi potenzialità. Utile soprattutto ai social media manager, permette di visualizzare il sentiment di Twitter intorno a una parola chiave. L’algoritmo restituisce in tempo reale anche la tag cloud, la timeline dell’attività social sulla parola, l’affinità con altre e la lista di tutti i tweet in cui è stata citata.

7) Twiangulate

Twiangulate Tool prezioso per i giornalisti investigativi. Twiangulate rintraccia le connessioni tra due account Twitter. Segnala i follower e i following in comune, le parole a cui sono associati e crea una panoramica dei loro pubblici di riferimento.

8) TrendsMap

TrendsMap

Una mappa che mostra in tempo reale quali sono i trend social in un determinato Paese.

 

 

9 Followerwonk 

Followerwonk Followerwonk è uno strumento che aiuta ad analizzare le proprie performance su Twitter. Analizza in maniera approfondita l’attività sul social, quanto si è influencer, i profili demografici dei propri follower e molto altro.

10) Cur.to

Cur.to Restituisce l’attività social intorno a un hashtag di riferimento.

 

 

 

Filippo Facci e Umberto Eco: ecco cosa non deve essere il giornalismo digitale

Questo post non vuole entrare nel merito di chi ha torto e di chi ha ragione. Non ha il fine di aggiungersi ai numerosi scritti che hanno urlato la libertà e la validità di Internet. Questo post vuole entrare nel merito di due interventi che hanno monopolizzato l’attenzione sui temi del giornalismo, di Internet e dei social media: la conferenza di Umberto Eco all’Università di Torino e l’articolo di Filippo Facci su Fedez. Al di là dei messaggi di merito, entrambi offrono spunti per capire una volta per tutte cosa non deve essere il giornalismo online.

Facci e il pubblico dei truzzi

A Filippo Facci, una delle prime firme di Libero, è stato chiesto di commentare la lite del rapper Fedez con le forze dell’Ordine dopo una serata in discoteca. L’articolo, dai toni a volte troppo duri, è una rappresentazione chiara del perché i giornali di carta stanno morendo. Al di là della vicenda in sé, Facci si autodefinisce “fallito” per essere stato chiamato a scrivere di argomenti che reputa di rango inferiore. Mostra un atteggiamento spocchioso, di ostentata superiorità culturale, di menefreghismo nei confronti della comunità totalmente digitale dei fan di Fedez. Un passaggio in particolare è esemplificativo di questa tendenza.

Ma diosanto. Tutto perché questo qui «ha molto seguito» e perché un sacco di ragazzi e bambine guardano a quello che dice: ma scusa, vicedirettore, ma a noi che ce ne fotte? Mica comprano i giornali, dài, è tanto se conoscono i verbi all’infinito.

Ecco qual è stato l’errore della carta stampata: considerare per troppo tempo le questioni che interessano i giovani come fatti di serie B, notizie che occupano pagine utili solo a incartare il pesce. Se ancora non fosse chiaro perché i giovani hanno smesso di comprare i giornali, questo è l’esempio più lampante. Nel giornalismo italiano sono ancora molte le prime firme che considerano gli interessi dei ragazzi come notizie per analfabeti, tamarri come ama definirli Facci.

A causa di questi comportamenti, i giornali di carta hanno perso il contatto con il mondo digitale, l’hanno ripudiato piuttosto che capirlo. Sono diventati cechi rispetto a una realtà che mutava e ne sono stati travolti.

Ho 48 anni e sto scrivendo un articolo su un tamarro 25enne che ha fatto casino in una discoteca per truzzi, e che ieri ha mostrato gli addominali via twitter: in altre parole sono un fallito, ha ragione Grillo, noi giornalisti siamo tutti morti, lontani i tempi in cui il mio quotidiano mi spediva a San Pietroburgo a seguire concerti (di musica, mica Fedez) e in cui un mio articolo poteva far aprire inchieste e dimettere ministri

Facci in questo ha ragione: quei tempi sono finiti. Solo su Facebook Fedez ha un milione e mezzo di fan, molto ma molto di più di quanto Libero vende in edicola. Meglio considerarli truzzi o lettori? Bisogna capirlo prima di fallire davvero. Lo spazio per le inchieste che fanno dimettere i ministri ci sarà sempre.

 

Eco e gli imbecilli del web 

Una frase pronunciata da Umberto Eco ha scatenato la reazione dei paladini del web: “Twitter e i social media danno parola a legioni di imbecilli”.  Sono bastate queste parole prese senza contesto per iniziare la polemica sul semiologo. In realtà la fatwa lanciata dagli apocalittici sostiene proprio la tesi di Eco: un giornalismo che non sa filtrare e che non considera il contesto dei fatti.

Come sottolineato dall’articolo di DatamediaHub sulla vicenda, il discorso di Eco è di più ampio respiro e in alcuni tratti è anche condivisibile. Il filosofo infatti stava parlando della possibilità di chiunque di utilizzare i social network per esprimersi, con la conseguenza che anche l’opinione dei facinorosi possa conquistare un largo consenso. È un fenomeno di cui tutti abbiamo avuto esperienza almeno una volta nella nostra esistenza digitale. Sono altri i passaggi che lasciano perplessi.

“I giornali di carta sono nemici di quelli sul web: devono batterli”. Il professor Eco in questo ha dimostrato una scarsa conoscenza delle dinamiche digitali. Non esiste più un confine tra carta e web e soprattutto non esiste una competizione tra i due mezzi. Una testata moderna abbraccia questi due mondi, non li pone in contrapposizione. Una visione contraria appartiene solo all’uomo abituato a considerare la carta come unica fonte di informazione ufficiale e attendibile.

“Con i social tutti hanno diritto di parola, una persona comune ha gli stessi diritti di un premio Nobel”. Questo passaggio è la continuazione della frase sugli imbecilli, e a confronto è quello più agghiacciante. Dalle sue parole si evince che il professor Eco crede in un mondo in cui solo gli accademici con titoli prestigiosi possano esprimere un’opinione veritiera. Questo accadeva nel mondo senza condivisione, in cui erano i media analogici a stabilire quale fosse il pensiero comune. Era un altro mondo, appunto, che nessuno rimpiange.

“Come faccio a sapere che un messaggio è di Papa Francesco?”. Il professor Eco non sa che sui social network più utilizzati esistono i profili verificati.

Occorre sempre contestualizzare le dichiarazioni per evitare che il giornalismo sia megafono di fonti non attendibili o superficiali. Ecco il video integrale della conferenza.

 

 

Fame di contenuti, da Apple News a Blendle: il giornalismo invaso dalle piattaforme

La sensazione è che gli editori accettino qualsiasi cosa pur di non farsi travolgere dal futuro. Apple è l’ultima piattaforma in ordine di tempo ad essersi aggiunta alla corsa per i contenuti. Con l’app News, anche l’azienda di Cupertino ospiterà gli articoli delle testate direttamente all’intero della sua interfaccia. Con l’assenso delle più importanti testate americane. Facebook e Snapchat hanno fatto lo stesso, aprendo con i giornali un grande fronte nella battaglia per i contenuti.

L’immagine più appropriata in questa guerra non è la trincea, quanto piuttosto quella di una resa incondizionata. Quando i giornali si confrontano con le piattaforme social non c’è spazio per le trattative: o ci si adegua o si perdono utenti. Apple News, Instant Articles, Snapchat Discover e Blendle: ecco a chi gli editori stanno delegando la loro rivoluzione tecnologica.

Apple News e Instant Articles

Con un grande annuncio, Apple ha lanciato il suo nuovo servizio per la fruizione dei contenuti. La app News prenderà il posto di Newsstand, il precedente tentativo dell’azienda che però si è rivelato un fallimento. Con questo nuovo lancio Apple ha cercato di riparare gli errori commessi e si è avvicinata sempre di più al modello di Facebook con il suo Instant Articles. Anche se tra i due attori ci sono differenze non da poco.

Entrambi pubblicheranno i contenuti direttamente all’intero delle piattaforme. In più promettono agli editori il 100 per cento dei ricavi pubblicitari e il 70 se si utilizzano i canali delle due aziende. La partita è sui dati degli utenti. Mentre Facebook assicura un aggiornamento costante sulla fruizione dei contenuti tramite una collaborazione con comScore, Apple sarà meno trasparente. In cambio però l’azienda di Cupertino offre la possibilità di inserire il collegamento alle newsletter e ai servizi premium delle testate. Per quanto riguarda Instant Articles, bisogna sottolineare che il servizio sta viaggiando a rilento. Le testate che hanno sottoscritto l’accordo non lo stanno usando in modo massiccio, spaventate forse dalle conseguenze sui lettori.

Le testate che hanno accettato l'accordo con Apple (foto Nieman Lab)

Le testate che hanno accettato l’accordo con Apple

Snapchat Discover 

La forza di Snapchat è di avere 100 milioni di utenti. Non sembra un dato significativo se confrontato con i 1,44 miliardi di Facebook. Quei 100 milioni però sono preziosi perché sono in gran parte under 25, proprio la fetta di popolazione che i giornali non riescono a intercettare. Così il social di Evan Spiegel ha stretto una collaborazione con Cnn, Cosmopolitan, ESPN, Mashable, Vice e altri per introdurre i loro contenuti all’interno della piattaforma. Il modello di trattamento delle notizie è simile a quello di Apple e Facebook, ma a livello economico Snapchat chiede 2 cent per click per un video pubblicitario di 10 secondi all’interno della sezione.

Blendle 

È la novità che più incuriosisce in questo momento. Blendle è stato definito lo “Spotify delle notizie” perché permette agli editori di vendere i loro articoli su un’unica piattaforma. È il lettore a scegliere cosa leggere. Fondata dagli olandesi Marten Blankesteijn e Alexander Klöpping, la piattaforma ha avuto un successo travolgente in patria, tanto che è stata finanziata dal New York Times e presto sbarcherà in altri Paesi europei. Gli editori decidono i prezzi degli articoli e trattengono il 70 per cento degli introiti, mentre alla piattaforma spetta il restante. Come dire: meglio accontentarsi di una perdita ragionevole piuttosto che non riuscire a vendere. Anche i freelance potranno entrare in modo autonomo nel circuito, vendendo i propri articoli secondo il loro listino.

In un intervento al World News Media Congress di Washington, la direttrice del Tow Center for Digital Journalism Emily Bell ha descritto in modo esaustivo ciò che sta accadendo: “Gli editori stanno perdendo il controllo tra le storie e i loro lettori. Cedendo i loro contenuti e i dati sul traffico, ai giornali spetterà sobbarcarsi il costo di produrre informazione, mentre le piattaforme godranno dei benefici”.

Gli editori hanno rinunciato a partecipare alla rivoluzione tecnologica. Hanno preferito delegare alle piattaforme social la trasformazione della modalità di fruizione dei contenuti, piuttosto che evolversi internamente. Non sono state studiate alternative al modello della distribuzione social, lasciando che questo canale diventasse la principale porta d’accesso all’informazione.

Mentre il settore media si evolve nel giro di pochi mesi, le testate sono rimaste nell’immobilismo e non si sono dotate degli strumenti necessari per affrontare questo tipo di concorrenza. Se nel mondo anglosassone la lotta è già impari, gli editori italiani sembrano totalmente impreparati all’avvento di questi modelli di business. Prima o poi però la fame di contenuti arriverà anche nel nostro Paese.